Tarocco di Marsiglia: storia, simboli e lettura junghiana
19/09/2026 · 6 min di lettura
Perché il Tarocco di Marsiglia si presta in modo particolare a una lettura junghiana? Per la sua storia, per la sobrietà delle sue immagini xilografiche o per lo spazio che lascia all’immaginazione? La risposta nasce dall’incontro di questi tre elementi. Più che fornire un repertorio rigido di significati, questa famiglia di mazzi mette davanti a noi forme umane durevoli—figure, incontri, rovesciamenti, soglie—e chiede di vedere quali risonanze assumano in una vicenda concreta.
Un nome per una famiglia di mazzi
“Tarocco di Marsiglia” non indica un unico mazzo originario, perfettamente definito e nato in una sola città. È un’espressione moderna che riunisce diversi modelli affini, stampati soprattutto in Francia e in Svizzera tra Seicento e Settecento. Il nome si è imposto più tardi, grazie a collezionisti, studiosi ed editori che riconobbero in Marsiglia un centro rilevante di produzione e circolazione.
Il tarocco, però, è più antico della sua denominazione. Carte da gioco dotate di una serie particolare di immagini trionfali comparvero nell’Italia settentrionale del Quattrocento. I primi tarocchi servivano al gioco e gli esemplari più sontuosi, oggi conservati, furono spesso realizzati per famiglie di alto rango. Con il tempo i mazzi stampati a minor costo viaggiarono tra città e paesi, vennero ripresi da botteghe diverse e assorbirono varianti locali. Il modello marsigliese nacque da questa lunga trasmissione, non da un singolo gesto creatore.
Fra gli stampatori legati alla tradizione si ricordano Jean Noblet a Parigi, Jean Dodal a Lione e Nicolas Conver a Marsiglia. I loro mazzi variano per tratto, colore, abiti e scritte, ma condividono una struttura riconoscibile: ventidue trionfi, quattro semi e un linguaggio visivo diretto, concentrato, talvolta enigmatico. Questa storia aiuta a evitare un equivoco: non ogni carta custodisce una dottrina segreta da decifrare una volta per tutte. Il Marsiglia è anzitutto un oggetto storico, una carta da gioco popolare le cui immagini sono diventate, in seguito, materia di meditazione simbolica.
La forza della xilografia
Accanto a mazzi moderni ricchi di paesaggi e dettagli pittorici, le carte marsigliesi possono apparire spoglie. Le figure si stagliano spesso su fondi uniformi; i volti sono stilizzati, i corpi poco prospettici, lo spazio ridotto all’essenziale. Ma tale semplicità non è una mancanza: è una disciplina formale.
I disegni derivano in larga parte dalla stampa a blocchi di legno e dalla colorazione manuale. Il contorno doveva reggere l’immagine, pochi colori dovevano rendere leggibili le forme, la ripetizione doveva consentire la produzione. Ne risulta un’arte dell’economia. Una mano alzata, uno sguardo voltato, un animale ai piedi di una figura, una torre spezzata, una ruota: ogni elemento può acquistare peso simbolico proprio perché nulla lo soffoca.
Questa economia genera anche un’ambiguità feconda. Il Matto è sciocco, sacro, escluso, oppure semplicemente in cammino? La Papessa nasconde un sapere, lo custodisce, o rappresenta una forma di attenzione interiore? Il Diavolo è minaccioso, grottesco, istintuale, teatrale? Il mazzo non risolve la questione in anticipo. Le sue immagini conservano un margine ruvido, refrattario alla semplice illustrazione.
Lo si vede con chiarezza nelle carte numerali. Diversamente dagli arcani minori scenici diffusi dai mazzi posteriori, le carte di seme marsigliesi mostrano in genere disposizioni di coppe, denari, spade e bastoni, spesso intrecciate a foglie, fiori e steli. Non raccontano un dramma già pronto. All’inizio questa essenzialità può sembrare povera; in realtà pone una domanda più attiva: quale qualità assumono questo numero, questo seme, questo assetto, nella situazione presa in esame? Il lettore deve partecipare, non limitarsi a ricevere una scena preconfezionata.
Immagini che accolgono la proiezione
La psicologia junghiana non richiede di credere che le carte predicano gli avvenimenti. Si interessa piuttosto all’attività simbolica della psiche: sogni, fantasie, immagini e configurazioni attraverso cui la coscienza incontra ciò che non conosce ancora pienamente. In questa prospettiva, le carte possono diventare occasioni di riflessione. Offrono immagini su cui una persona proietta associazioni, per poi osservarle con rigore.
I trionfi marsigliesi sono particolarmente adatti perché presentano grandi motivi umani senza spiegarli troppo. L’Imperatore può richiamare autorità, struttura, eredità o irrigidimento. L’Innamorato può far emergere desiderio, scelta, lealtà divisa o relazione. La Morte—spesso priva di nome nei mazzi antichi—può rimandare a conclusioni, cambiamenti necessari, lutto, potatura o alla vitalità inquietante della trasformazione. Nessuna di queste letture è un verdetto oggettivo: è un’ipotesi da confrontare con l’esperienza.
Jung chiamava archetipi certi schemi psichici ricorrenti, presenti in immagini e racconti di molte culture, pur avvertendo che un archetipo non coincide mai con una sola raffigurazione. Una carta non è dunque “l’archetipo” in sé. È un’immagine culturale capace di attivare interrogativi su temi archetipici: l’ombra, il trickster, la figura genitoriale, il vecchio saggio, l’incontro con l’ignoto, il rapporto fra intenzione cosciente e istinto.
La riservatezza visiva del Marsiglia protegge questa distinzione. Non riempiendo ogni spazio di dettagli narrativi, lascia posto alle associazioni personali. La domanda non diventa: “Che cosa mi accadrà?”, ma: “Che risposta suscita in me questa immagine?”; “Quale parte della situazione sto trascurando?”; “Quale atteggiamento viene messo in discussione?” Così la lettura si allontana dalla certezza e diventa un dialogo psicologico.
Leggere con rigore, non con certezze
Una lettura junghiana del Marsiglia trae beneficio da un metodo sobrio e preciso. Conviene iniziare con una domanda che riguardi l’orientamento, non la previsione. Invece di chiedere se una relazione durerà, si può domandare: “Quale dinamica porto io in questa relazione?” Invece di cercare una garanzia sul lavoro, si può chiedere: “Quale tensione della mia vita professionale merita attenzione?”
Prima di interpretare, è utile descrivere le carte. Si osservino postura, direzione, colori, ripetizioni, contrasti e rapporti apparenti fra le figure. In una stesa, si cerchino configurazioni: molte figure di corte possono invitare a riflettere sui ruoli o sulle maschere sociali; la ricorrenza di spade può porre in primo piano conflitto, discernimento o pensiero sotto pressione; molti denari possono richiamare condizioni materiali, corporeità e valore pratico. Non sono diagnosi, ma punti di partenza.
È essenziale distinguere la risonanza dalla prova. Una carta può toccare qualcosa di profondo senza dimostrare un fatto nascosto su un’altra persona, né annunciare un evento. Il valore etico della lettura simbolica sta nella sua capacità di accrescere la responsabilità: rendere più vigili verso motivazioni, limiti, desideri e scelte. Se emergono lutto, trauma o una sofferenza seria, può essere importante rivolgersi a uno psicoterapeuta qualificato o a un sostegno appropriato, senza chiedere alle carte più di quanto possano offrire.
Il Tarocco di Marsiglia continua a parlare perché è insieme preciso e aperto: preciso nelle sue forme storiche, aperto nel lavoro che chiede allo sguardo. Il suo linguaggio xilografico non promette scorciatoie verso la certezza. Offre qualcosa di più durevole: immagini attraverso cui la psiche può esprimersi indirettamente e attraverso cui possiamo imparare ad ascoltare con maggiore onestà.